Giacometti - La Scultura

5 febbraio - 25 maggio 2014

Galleria Borghese, Roma

La mostra, organizzata dalla Galleria Borghese, è curata da Anna Coliva, direttrice della Galleria, e da Chistian Klemm, illustre studioso dell’opera di Giacometti e realizzatore delle mostre più importanti sull’artista.
La Villa Pinciana, nobile scenario di sommi capolavori d’arte antica e moderna è, per definizione, soprattutto il luogo della scultura, grazie alla presenza nella collezione di sommi esempi dell’epoca graca e romana, del Rinascimento, del Barocco e del Neoclassicismo.
In questo iter storico della scultura attraverso i secoli, in cui è fortemente presente la statuaria rappresentativa della figura umana, manca tuttavia un unico esempio: il modo in cui essa è stata concepita e interpretata nel XX secolo.
A questa idea si vuole dedicare la mostra, individuando l’anello mancante del percorso proprio nell’opera di Alberto Giacometti: la sua estetica, rappresentativa della scultura del Novecento, è il continuum attraverso cui si concretizza la rappresentazione della statua come rappresentazione della figura umana.
Tale suggestivo contesto ospiterà dunque la mostra di Alberto Giacometti, scultore e artista svizzero, visionario, onirico e surrealista, che lasciò un segno indelebile nell’arte del XX secolo.
L’esposizione racconterà attraverso 40 opere l’artista e la sua opera in dialogo con i capolavori presenti in Galleria, per fornire un panorama esaustivo dei modi in cui è stato interpretato il concetto di “statua” nelle varie epoche storiche. Tra le opere esposte Femme qui marche II (1936, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia), Buste de Diego (1954, Centre Pompidou, Parigi) e Femme de Venise V (1956, Collezione Privata), e un interessante nucleo di disegni dell’artista.
La mostra è organizzata dalla Galleria Borghese e prodotta da Arthemisia Group.


Louise Nevelson

16 aprile - 21 luglio 2013

La retrospettiva, promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma - Arte - Musei con Arthemisia Group, è curata da Bruno Corà, ed è realizzata con il patrocinio dell'Ambasciata Americana e con la collaborazione della Nevelson Foundation di Philadelphia e della Fondazione Marconi di Milano. Attraverso l'esposizione di oltre 70 opere, delle quali il nucleo basilare proviene dalla Fondazione Marconi, la mostra racconta in maniera emblematica l'attività artistica di Louise Nevelson, considerata tra gli artisti più illustri del Secondo Dopoguerra. Il percorso espositivo raccoglie disegni e terrecotte degli anni Trenta, periodo in cui ebbe inizio la sua carriera artistica, e le meravigliose sculture dei decenni successivi, con lo scopo di sottolineare come il lavoro della Nevelson abbia significativamente segnato l'evoluzione dell'arte americana del XX secolo.

La sua produzione artistica, infatti, si colloca tra quelle esperienze che, dopo le avanguardie storiche del Novecento, in particolare il Futurismo e il movimento Dada, hanno fatto uso di frammenti e oggetti recuperati dal contesto quotidiano con intenti compositivi. La pratica dell'assemblage, portata a qualità linguistica da Duchamp, Picasso, Schwitters e altri scultori, diventò per l'artista la forma di espressione caratterizzante. Le sue sculture, infatti, si compongono di oggetti di recupero ai quali lei ha ridato una nuova vita "spirituale", diversa da quella per la quale erano stati creati. Realizzò opere con l'utilizzo di materiali più diversi quali l'alluminio e il plexiglass, anche se il suo materiale prediletto è senza dubbio il legno.  A partire dagli anni Cinquanta, introdusse nelle opere anche la funzione simbolica del monocromo passando dal nero opaco (anni '55-'59), al bianco (anni '59-'60), all'oro (anni '60-'61) e rendendo indistinti i confini tra scultura, collage e altorilievo.